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Altro giro …..

Raccontare un’avventura durata solo 7 giorni in Kenya con Rafiki, non mi è mai risultato così difficile…. Io e altre due colleghe (Simonetta ed Anna) siamo partite il 12 novembre per effettuare 4 giornate di attività ambulatoriali in dispensario e parzialmente a “domicilio” a Kibera, e 2 giorni al centro riabilitativo di Saint Martin a Nyahururu.

L’impatto con Kibera è stato davvero duro. Non so se assale prima l’odore, che ti prende alla gola e ti impedisce  di pensare per lo sforzo costante di sopportare quegli odori, oppure se rimani più stordito da ciò che metti a fuoco con lo sguardo, domandandoti “è mai possibile tutto questo?”. Intanto i tuoi piedi camminano in vicoli che non saprei definire …. strade di immondizia di ogni genere, vecchia di decenni o appena trascinata dai rigagnoli di ruscelli anch’essi ricolmi di melma, escrementi, vetri, plastica, carcasse di piccoli animali,… Ti sembra di guardare incredula un film di fatascienza, fatichi a pensare che tutto ciò possa esser vero…. invece è la realtà!

Kibera è considerata  il più grande slum dell’Africa, è proprio dentro a Nairobi, capitale del Kenya, dove più del 50% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, dove la corruzione tocca livelli inimmaginabili. Ma Kibera sembra un mondo a parte, una città dentro la città, nemmeno considerata nelle mappe topografiche degli uffici di governo; una distesa infinita di lamiere, le case sono monolocali di 3 metri per 3 in lamiera o con “infrastruttura” in legno e “muratura” in terra essiccata dove intere famiglie di 4-7 persone dormono, mangiamo, vivono…La privacy non esiste, si condivide tutto! Per queste case ci raccontano si paga un affitto, così come devi pagare se vuoi usare alcuni dei bagni pubblici (anzi latrine…) costruiti a seguito dei vari progetti internazionali di assistenza alla popolazione perché non esistono servizi igienici in casa. Molte persone ricorrono alle “flying toilets”, soprattutto di notte quando può diventare pericoloso uscire dalle baracche e i sacchetti di plastica utilizzati per raccogliere i propri escrementi vengono gettati in strada… Camminarci sopra è normale, impossibile evitarli confusi tra i rifiuti marci e quelli freschi! Non esiste neppure acqua potabile in casa e a quella non potabile si accede da tubi esterni …. a pagamento! La corrente elettrica, in quelle poche abitazioni in cui è presente, è per lo più rubata dai fili elettrici che servono il resto della città.

Sapere quanta gente viva a Kibera con precisione, è pressoché impossibile: non esiste certo un’anagrafe. La densità della popolazione comunque appare altissima alla sola vista: durante il giorno vedi la gente vagare tra le strade di immondizia e i bambini giocarci nel mezzo, la notte essi si trovano stipati in case di lamiera, fango e pezzi di legno legati alla meglio…

Che fa la gente durante il giorno?? Qualsiasi cosa! Ci si arrangia  a fare di tutto! La vendita del carbone è una delle attività più diffuse, tutti ne hanno bisogno perché tutti lo utilizzano per accendere il fuoco per cucinare. Cucinano per strada frittelle locali, trovi il pesce essiccato sulle bancarelle che affollano i vicoli tra una parte e l’altra dell’ammasso di baracche; qualcuno prepara la verdura, pulisce le carote, sbuccia le patate e le rivende. Si trova chi vende le ricariche del telefono, chi un posto per vedere una partita di calcio alla tv (ebbene sì, ci sono anche le tv collegate al satellite in un posto così!), chi cuce vestiti seduto sul marciapiede, chi rimane per ore a guardare la gente passare….

Ebbene, accompagnate da due suore e un uomo del posto ci siamo avventurate per molti vicoli, girando molto in questa baraccopoli, visitando pazienti selezionati dalle suore e dalla “guida”….. Mentre sei lì non fai in tempo a domandarti come è possibile vivere così: i bambini – migliaia e migliaia – molti orfani, molti sieropositivi, ti fanno da corteo e sorridono continuamente, nonostante tutto. Abbiamo visitato alcuni bambini e adulti, con patologie varie…. malattie e lesioni che nei nostri libri talora neppure si studiano più! E tenendo sempre presente che HIV/AIDS, malaria, colera, tifo, tubercolosi a Kibera sono più frequenti che mai! Visitare alcuni disabili (tetraplegici, paraplegici….) e pensare alle possibilità riabilitative poi è quanto mai difficile qui…. a Kibera le barriere architettoniche son ben più insormontabili delle nostre!

Nella seconda giornata, nonostante fossimo accompagnate, due ragazzotti, con gli occhi lucidi e rossi (probabilmente si erano sniffati un bel po’ di colla… tipica droga a Kibera!) hanno tentato di aggredirci, probabilmente pensavano che negli zaini avessimo soldi, telecamere,…cose da ricchi turisti!!!!  Appena le suore han spiegato loro che eravamo dottori e appena abbiam fatto vedere che negli zaini avevamo solo medicinali e garze si son scusati e ci ha lasciato andare….. Anche questo è verosimilmente sintomo dell’assoluta povertà e della disperazione data dalla miseria!

Gli ultimi 3 giorni del nostro viaggio invece siamo stati a Nyahururu, nella provincia della Rift Valley, a circa 3 ore di macchina da Nairobi, ospiti del Saint Martin, Fondazione, avviata per rispondere alle esigenze di gruppi di persone vulnerabili, sofferenti e dimenticate.  L’obiettivo di questa fondazione  è la promozione della solidarietà nella comunità costruendo una forte capacità nei volontari in modo che si possano prendere cura dei bisognosi che vivono tra di loro. Il lavoro al Saint Martin è diviso in programmi specifici intersecati tra loro: Programma per Persone con disabilità, Bambini di strada e bisognosi, Non Violenza Attiva e Diritti Umani, AIDS- Alcohol e abuso di droga, Risparmio e Micro Credito. La nostra attività si è inserita all’interno del programma Persone con Disabilità: abbiamo visitato alcuni bambini nei diversi villaggi secondo i programmi della Community based Rehabilitation accompagnati dai terapisti e l’ultimo giorno abbiamo effettuato un training ai terapisti locali. Di certo l’aria che si respirava a Nyahururu e al Saint Martin era totalmente diversa da Kibera: c’era un’energia incredibile qui, una voglia di fare, di crescere, di costruire un futuro migliore: nessuno qui si risparmia, tutti si fanno in quattro per cambiare le cose! Anche in questi villaggi rurali c’era povertà…. ma era una povertà dignitosa rispetto a quella di Kibera!

Non so se Kibera possa essere l’inferno degli ultimi, ma i sorrisi dei bambini nel contrasto della miseria e la povertà rimarranno stampati nella mia mente come una cartolina che però non riesce a trasmettere nelle sfumature dei suoi colori, le tante emozioni, gli odori, il fango, la melma… le poche speranze nel futuro della gente dello slum!

Elena Carraro